1.Nome, cognome, ruolo.
Laura Liguori, socia di Portolano Cavallo
2. Quali sono le supereroine a cui ti sei ispirata/ a cui ti ispiri?
Nella mia infanzia il mio idolo (ma so che oggi suona terribilmente anacronistico e un po’ da boomer!) era Jo March di Piccole Donne: scrittrice, indipendente, una donna che fa le sue scelte senza rendere conto agli altri di quello che fa, forte e fragile allo stesso tempo. Poi ricordo un libro illustrato da piccola che mi era piaciuto moltissimo, la biografia di Marie Curie: adoravo le illustrazioni e mi affascinava moltissimo la storia di questa bambina con difficoltà economiche che studiava e cresceva con una passione incredibile per la conoscenza e la scienza e finiva col sacrificare la sua stessa vita per questo ideale. In tempi più recenti mi sento circondata da molte supereroine: le mie socie (che sono la metà di tutti i soci dello studio), le mie colleghe, sono una grande fonte di ispirazione per me, così come anche molte delle donne scienziate, ricercatrici, imprenditrici che conosco e frequento come vicepresidente dell’associazione Donne e Tecnologie.
3. Puoi raccontarci la tua esperienza come donna nel settore della protezione dei dati e delle nuove tecnologie (di seguito “settore”)?
Ho iniziato ad occuparmi di privacy nel 1996: il prof Giuseppe Corasaniti era il mio relatore e mi suggerì caldamente di fare la tesi sull’allora disegno di legge sulla privacy, che divenne poi la Legge 675/96. Grazie alla sua insistenza (lo ringrazio sempre per questo!), ho avuto la possibilità di scrivere una tesi su un argomento nuovo, ma che in qualche modo si coniugava al mio interesse per il mondo del giornalismo e dei media, che mi appassionava fin dall’infanzia. Da allora mi sono sempre occupata di questa materia, dapprima insieme ad altre (consumatori, e-commerce) e poi in maniera sempre più approfondita essendo aumentata la consapevolezza delle aziende su questi temi e quindi anche il lavoro in materia di protezione dei dati personali. Ho avuto la fortuna di vivere in prima persona l’evoluzione della tecnologia (ho iniziato a lavorare prima di Internet) e della normativa, da materia “di nicchia” di cui nessuno si occupava, ad argomento “mainstream” che oggi viene completato dai numerosi interventi dell’Unione Europea in materia di dati e digitale.
4. Come vedi il ruolo delle donne nel settore?
Credo fermamente che la presenza delle donne in qualsiasi ambito lavorativo sia un valore. E questo non soltanto per smettere di trattare come una minoranza un gruppo che costituisce più della metà della popolazione mondiale: la scrittrice e imprenditrice Eugenia Romanelli mi ha fatto notare recentemente questa contraddizione. La diversità è un valore e determina un miglioramento in qualsiasi campo. Credo che Portolano Cavallo fornisca un ottimo esempio in tal senso: siamo 21 tra soci e counsel, di cui 10 donne e 11 uomini (fino a pochi mesi fa più socie donne che uomini). Simo molto diversi tra noi per provenienza, storia, esperienza, eppure molte decisioni sono prese all’unanimità: nella nostra diversità siamo riusciti e riusciamo a superare qualsiasi contrasto, grazie alla condivisione di alcuni valori fondamentali.
5. Qual è il valore della diversità nella leadership?
Credo che sia fondamentale, nella leadership, la consapevolezza delle diverse sensibilità e delle diverse esigenze. Questo non vuol dire che si riesca automaticamente a fare contenti tutti i propri dipendenti o collaboratori con tutte le scelte del leader. Tuttavia, credo che sia importante per rendere l’ambiente lavorativo piacevole e per riuscire a mantenere i talenti e le professionalità, fare in modo che le diversità siano ascoltate, comprese, e considerate nelle varie scelte. Nella mia esperienza, ad esempio, il fatto di avere potuto gestire le mie maternità in maniera serena e con molta libertà – con accordi chiari e un atteggiamento aperto e di assoluta buona fede da parte di tutti – mi è stato utilissimo ed ha determinato una crescita dello studio in un’area (quella della privacy) che nel 2003 (anno in cui mi sono unita a Portolano Cavallo) non era presieduta. Non ho mai subito limitazioni per il fatto di avere una famiglia: ho gestito clienti importanti, lanciato la practice di Data Protection, Privacy e Cybersecurity, partecipato alle decisioni strategiche dello studio fin dal primo giorno. Non è stato sempre facile, ma mi sono sempre sentita ascoltata e rispettata nelle mie scelte personali e professionali da parte dei miei soci e dei colleghi di Portolano Cavallo. E questo è valso non solo per me ma per tutte le persone all’interno dello studio, indipendentemente dal genere.
6. Ritieni che ci sia una gender gap nel settore? Hai mai dovuto affrontare stereotipi di genere o pregiudizi durante il tuo lavoro?
Ho iniziato a lavorare 27 anni fa, il mondo era molto diverso allora. Mi è capitato di non essere “gradita” in riunioni con clienti, in quanto donna e associata junior. Oppure di essere “troppo gradita” in alcune occasioni! Mi è capitato di subire battute sessiste da parte di un cliente: ho avuto modo di affrontarle in maniera pacata ma ferma e devo dire che è stata una esperienza molto formativa. Mi è capitato di non avere colleghe donne nel corso di una negoziazione o di essere tutte donne (in riunioni con il marketing o con l’HR). Mi è capitato di sentire dire da uomini “io prendo solo donne, sono più affidabili e precise” senza rendersi conto di relegare in questo modo le donne a ruoli subalterni ed esecutivi, poco “pericolosi” e percepiti come non competitivi. Tuttavia, credo anche che il settore della protezione dei dati sia uno dei settori legali in cui si riscontra una più elevata percentuale di donne. Inoltre, secondo i risultati di uno studio recente condotto da IAPP, è un settore in cui non esiste il gender pay gap (almeno secondo questi dati). Non so spiegare bene questo dato, credo che forse ci siano una serie di fattori concomitanti. Ad esempio, una delle possibili ragioni, potrebbe essere la relativa novità della materia ed il fatto che le aziende si dotano di Data Protection Officer o responsabili privacy da relativamente poco tempo, e pertanto non esiste un “sedimento” maschile, manca cioè una rendita di posizione maschile o un pay gap stratificato nel tempo. Questo volendo guardare al fenomeno in positivo: in negativo, si potrebbe dire che la privacy per molto tempo è stata considerata una materia di nicchia, e la posizione di responsabile privacy non particolarmente appetibile o richiesta: ideale quindi per le donne (secondo lo stereotipo che vuole le donne relegate a ruoli meno importanti o strategici per le aziende). Per i motivi che ho detto sopra (sviluppo delle tecnologie, nuove normative sui dati, maggiore consapevolezza dei temi privacy nelle aziende), questo sta cambiando e anche rapidamente.
7. Come può l’empowerment femminile influenzare positivamente il settore?
Come dicevo l’inclusione delle donne nei ruoli apicali e non di aziende o studi legali è molto importante per consentire nuovi modelli di lavoro. Una leadership più inclusiva è un valore aggiunto per tutti, perché consente ai luoghi di lavoro di essere meno stressanti e più produttivi. Esistono numerosi studi ormai che sottolineano questi vantaggi.
8. Quali iniziative ritieni essere utili per aumentare la partecipazione delle donne nel settore? Pensi che la data protection e le nuove tecnologie possano essere utilizzate a questo fine?
Nella mia esperienza di mamma di due ragazze (di 19 e 17 anni), credo che ci sia un tema culturale molto importante oggi in Italia. Nonostante i cambiamenti sociali, le tecnologie restano appannaggio degli uomini. Ad esempio, questo come dicevo prima è meno vero per i ruoli privacy, ma diventa evidente in ambito sicurezza e IT, in cui le donne sono sicuramente sottorappresentate. Ma non è un tema che può risolversi con iniziative indirizzate alle università o ai luoghi di lavoro: questo gap a mio avviso inizia molto prima, già nelle scuole elementari. Purtroppo, i modelli culturali proposti alle bambine o alle ragazze vanno in direzione opposta (almeno questo è quello che ho visto accadere negli ultimi venti anni): alle ragazze è richiesto di essere carine, ballare, cantare e struggersi per i ragazzi, non certo di studiare le scienze o le tecnologie. Forse oggi sta iniziando a cambiare qualcosa ma finora la situazione è stata piuttosto deprimente.
9. Quali consigli daresti alle giovani donne che vogliono intraprendere una carriera nel settore?
Il mio consiglio è sempre quello di seguire le proprie passioni, anche se penso che la cosa più difficile oggi sia comprendere quali siano queste passioni. La vita è fatta di incontri e purtroppo l’incontro con un maestro, un mentor, un professore che trasmetta l’amore per le materie STEM non è scontato (sia per i ragazzi che perle ragazze). Non solo: la quantità di informazioni disponibili per orientare i giovani è enorme. Questo genera a volte poca chiarezza, confusione o ansia e paradossalmente rende più difficile comprendere la propria strada e le proprie inclinazioni (non dico che sia sempre così, ma lo vedo accadere con una certa frequenza). Penso anche che una volta compresa la strada, se si vuole intraprendere una carriera nel settore della privacy, sia fondamentale studiare e mantenersi aggiornati (la quantità di novità legislative e giurisprudenziali, a livello locale e internazionale è impressionante). Inoltre, è necessario scrivere, parlare, commentare, condividere contenuti e opinioni, ma cercando di non farsi prendere dall’ansia di prestazione o dalla deriva performativa che viviamo oggi in molti settori professionali inclusi il nostro.